Racconti

Si realizzano sogni immateriali e indefiniti, si edificano virtualmente ponti che possano unire mondi, metamorfosi che tocchino gli individui nella loro essenza fatta di non sola carne. Si tenta di umanizzare la tecnologia, reinventando forme di comunicazione non illusorie. Nulla a che fare con il rumore della penna che traccia sul foglio infinite parole, di scarabocchi su pezzi di carta, nulla del profumo dei ricordi sbiaditi dal tempo. Ci si muove nell’immobilità, comodamente seduti in poltrona o davanti a un caffè, sondando nuovi orizzonti per raggiungere chi si desidera diventare. Siamo tutti viaggiatori in un mondo che non ha confini, nel ricercare una libertà che sia, pur nella sua aleatorietà, vera. Volti infiniti oscillano dietro webcam in un darsi, prendersi e regalare tempo. Si viaggia ad alta velocità in punti geograficamente distanti come fossimo pedine colorate che forano le cartine incollate alle pareti. Un tecno mondo ridotto a segni e simboli per trasformarci in sommozzatori dell’inconscio umano. Le realtà virtuali create dagli uomini rischiano il dissolvimento, nell’inconsistenza di tracce perse nell’immensa rappresentazione di ciò che li circonda. Intensità totalizzanti capaci di assorbire completamente anche i più nascosti e segreti fraseggi dell’interiorità. Nulla è semplice nel passare attraverso.

(Dal racconto Tecno amori, selezionato e pubblicato da Iseaf Book (Facebook) Iseaf Book (Instagram) – Progetto letterario ‘I sassi neri’ autrice Roberta Recchia)

MIA….MADRE Sentiva lo spazio tra sé e sua madre una strana sistemazione di distanze e altezze, mentre si sentiva ripetere che nuotava controcorrente, con quel tono deciso e la mano agitata come rigida bacchetta di un direttore d’orchestra che avrebbe generato una sicura cacofonia…Non è che non si accorgesse dei suoi sbalzi d’umore, o che non vi fosse una qualche verità dietro le intenzioni di quella donna di mezza età. Aveva coscienza che vita è quella che dipinge e colora le cose grigie, indefinite e rimandate, ridonandogli colori più intensi e non poteva continuare a crogiolarsi su quel divano, ove tutto quel pensare appariva come solitudine abissale. Esiste sempre un momento zero, nel quale anche le relazioni familiari appaiono nude, perché a soffrire molto spesso non è il corpo ma il cuore e il dolore è il non senso…La crescita è una sfida, un’avventura, non un tiro al piattello, robetta da poco… In fondo desiderava abbracciare ancora i fianchi sottili di sua madre, come confini di terre che allontanavano paure e la conducevano dalle lacrime al riso, dalla rabbia al conforto. Anche le nubi si disfano e rendono leggere e vaganti le cose, fanno battere con sentimento il cuore, con ardente pazienza e convinzione del comprendersi nelle difficoltà e nelle ferite…

Roberta Recchia dal racconto Mia…Madre pubblicata sul sito di Letteratura e Cultura al femminile, Sul sito letterario Racconticon, nell’Antologia delle opere del Premio Dragut 2019-Edito da De Comporre

KAROL Un sorriso su due ruote. Parole che scivolano via, accarezzano l’anima, o piombano addosso con un profumo di viole intenso che riporta sinestesicamente al reale. Si può essere poesia anche tra rime disarticolate, ricacciando le ombre e scandagliando la profondità che ogni animo, in fondo, cela. Le risate rompono i silenzi ingombranti, gli abbracci confortano e convincono dell’esistenza di forme “fuori misura” come capitale che pochi sanno custodire.Lo sguardo di un uomo si posa sull’incertezza del mondo, in una danza incandescente ove galleggia il suo coraggio.Le sue gambe, soglie di sventura, inermi come la grezza terracotta con la quale sua figlia crea piccoli vasi, per riempirli con i fiori di campo di una primavera precoce. Lei, Cecilia, musa di espressività, carburante vivo di un’ingenuità che, in una cinquenne, non conosce limiti e annulla distanze. E’ un’opera d’arte in miniatura che tira fuori forme dalle ombre di suo padre perché si racconti senza maschere e impaccio, estremizzazione, commozione o alcuna pietà.Le carezze sfilano paure e riparano tagli, accolgono e costruiscono con lui un nuovo domani.A terra una tela bianca, ardore d’infinite auspicabili emozioni, e pennelli con i quali recitare ritmicamente una poesia che sia voce della sua autobiografia interna. (Dal racconto Karol, un sorriso su due ruote – Roberta Recchia- Premio Dragut 2020- edito da De Comporre)

Talvolta crediamo di aver nostalgia di un luogo lontano mentre a rigore abbiamo soltanto nostalgia del tempo vissuto in quel luogo quando eravamo più giovani e freschi. Così il tempo ci inganna sotto la maschera dello spazio. Se facciamo il viaggio e andiamo là, ci accorgiamo dell’inganno. (Arthur Schopenhauer)

Non si dovrebbe tornare nei luoghi che ci hanno visti felici. Illudersi di ritrovare la magia e la letizia provate in quei posti è utopia. Le emozioni, i volti, le avventure, i giochi e le risate e persino le lacrime che hanno accompagnato i momenti vissuti in alcuni luoghi, hanno un sapore speciale. Unico. E per questo, irripetibile.

Federica Sanguigni “Il viaggio” (testo completo su Racconticon)

Si lasciano mai le case dell’infanzia? Mai: rimangono sempre dentro di noi, anche quando non esistono più. (Ferzan Ozpetek)

Della casa di mia nonna ho un ricordo nitido come un ruscello di acqua limpida. Era un appartamento all’ultimo piano di un palazzo del centro: tre camere, un bagno, cucina e sala da pranzo separate, non “tutto un ambiente” come si usa oggi. La attraversava, sinuoso come un serpente, un lungo corridoio, con una stufa alla quale mia nonna stava perennemente appiccicata per scaldarsi. Come in un flash-back, rivivo i momenti felici trascorsi tra quelle mura. Rivedo la stanza dei giochi, quella dove con mia sorella e i miei cugini allestivamo veri e propri campi di battaglia utilizzando tende e coperte, e con le mollette del bucato accroccavamo le pistole. Trascorrevamo pomeriggi interi a divertirci in quella stanza. Eravamo i protagonisti assoluti di giochi ed emozioni che neanche la più sofisticata delle playstation può regalare.

Federica Sanguigni “La casa di mia nonna” (testo completo su Racconticon)

Marilena giunse alla stazione ferroviaria di Roma con quaranta minuti di ritardo.
Scese dal treno e si guardò intorno, smarrita e disorientata, sperando di non attirare l’attenzione dei soldati sparsi ovunque. Aveva solo sedici anni ed era la prima volta che usciva dai confini del paesello in cui viveva. Con gesti nervosi si lisciò la gonna e si riavviò i capelli. Teneva lo sguardo basso, come le aveva insegnato sua madre, buonanima. Le aveva ripetuto, fino all’ossessione, che le signorine beneducate non guardano mai dritte davanti a loro.
Qualcosa, però, la indusse ad alzare la testa incrociando due occhi piccoli e neri che la stavano osservando in un modo che a lei parve oltraggioso. Di scatto girò la testa dall’altra parte ma quegli occhi perversi la seguivano, lo sentiva. E non solo gli occhi. Avvertì il rumore dei passi avvicinarsi e prese a correre come inseguita dal diavolo. Si sentì afferrare per un braccio ma, nell’istante in cui si voltò, un’altra mano si posava su quella sudicia dell’uomo che l’aveva raggiunta.
«La signorina è con me». disse una voce profonda e sicura di sé all’indirizzo dell’altro, che fece per obiettare qualcosa ma poi si allontanò imprecando.

Federica Sanguigni “Oltre” (testo completo su Cultura al Femminile)

Oggi è il giorno del matrimonio di Francesca.
Oggi Francesca sposa Mario.
Oggi Francesca diventerà la moglie di Mario.
Insomma, comunque la si metta, oggi Francesca farà lo sbaglio più grande della vita sua.
Chi è Francesca? Francesca è la mia migliore amica, la mia sorella di sangue, quella con cui ho stretto il patto “nessun uomo ci separerà mai”.
Ma su quest’ultimo punto inizio a nutrire seri dubbi perché già dai preparativi per il matrimonio iniziati due e sottolineo due anni fa, Francesca ha cominciato, lentamente, a rifiutare tutti gli inviti di noi amiche. Non ha partecipato più alla serata “solo noi” che ci vede protagoniste, ormai da anni, con Paola e Katia ogni primo martedì del mese. Ha accampato mille scuse per non venire al sabato in beauty farm che ci concediamo ogni tanto e ha addirittura disertato il tè delle cinque con tanto di torta di mele e deliziosi biscottini che organizziamo una domenica sì e una no. E dire che Francesca non dice mai di no ai biscottini al cioccolato di Katia. Aggiungiamo a tutto questo il sabato sera che, ovviamente, era già scomparso dal suo calendario in quanto fagocitato da quello di Mario. Appunto, Mario. A proposito di questo giovanotto ora io non voglio fare l’amica gelosa-invidiosa- egoista ma un uomo che sequestra, nel vero senso della parola, una donna, che razza di individuo è?

Federica Sanguigni “Come Thelma e Louise” (testo completo su Ferramenta Letteraria)

Mentre la sera avanza e apparecchia il cielo di stelle, Bea guarda fuori la finestra e aspetta. Tra poco la signora di fronte rientrerà a casa dopo una giornata infinita. Accenderà la luce e Bea vedrà la sua ombra muoversi dietro le tende. Si toglierà la giacca e poi le scarpe, una dopo l’altra. Fa sempre così. Le lancia in aria ed esse ricadono con un tonfo secco e stanco. Quindi, apre i vetri, esce fuori sul balcone e innaffia i suoi meravigliosi gerani. Li accarezza, li coccola. Parla con loro. Ed essi la ricambiano, eccome se lo fanno. Il suo balcone è un tripudio di colori. Una cascata di rosso in tutte le sue sfumature. Il profumo inconfondibile dei fiori arriva fino a Bea nelle sere estive quando la brezza leggera trasporta suoni e aliti di solitudine. Dopo aver innaffiato le piante, la signora di fronte rientra in casa. Chiude i vetri. L’acqua scivola piano dal balcone fino al marciapiedi sottostante. Un cane lecca qualche goccia e poi scappa via.
Bea resta ancora a osservare la casa di fronte. 

Federica Sanguigni “Bea” (testo completo su Ferramenta Letteraria)