Comunicazione della non violenza

Siamo anime in un secolo inquieto, ove la violenza non deve assurgere a mero sfogo della propria interiorità, frammentata tra sfide al costruire società, comunità e imprese, prima che dedicarsi alle fondamenta di se stessi. La tollerabilità ai conflitti può essere modo nuovo di fare storia, che disarmi convinzioni radicali, rivoluzioni ideali, oltre messaggi d’inquietudine. Come si può educare, convincere, aiutare le nuove generazioni, affinché credano che anche piccoli uomini possano incoraggiare grandi strategie di pensiero, opponendosi a ingiustizie e promuovendo forme di protesta pacifica?

L’esposizione del proprio credo e delle proprie idee può palesarsi senza ledere la dignità umana altrui, comunicando in modo non violento, empatico e collaborativo (per approfondimenti Marshall Bertram Rosenberg). L’dea di fondo risiede nella capacità innata di compassione, che non è sinonimo di pietà, ma promozione di una visione esauriente della realtà emotiva, che sottenda ogni processo relazionale e di comprensione.

Rafforzando quell’essere umani che ci contraddistingue, anche in condizioni di difficoltà, esprimendo se stessi autenticamente, osservando, identificando situazioni e sentimenti, si giunge al riconoscimento dei bisogni in modo costruttivo, senza valutazioni e giudizi. E’ necessaria l’attenzione sulla motivazione al fare e sui valori, sulle corrette strategie perseguibili per riuscire ad arrivare agli altri. Alla base, credo, ci siano sempre il saper comunicare per promuovere accoglienza, l’essere coerenti tra il proprio pensare e agire, l’originalità e flessibilità dei sistemi.

Entrare in contatto con i propri sentimenti, permette di viverli ed esprimerli in modo adeguato al contesto. Si può comunicare anche in modo non verbale, nella gestualità, che è un dire senza parole, allenandosi al rispetto altrui negli ambiti di vita, nella serie di dinamiche sociali e psicofisiche che modificano le relazioni intra e interpersonali. E’ fondamentale tra i giovani, quanto tra gli adulti, imparare ad essere intelligenti affettivamente, avere gestione del sé, concentrare l’attenzione su ciò che è realmente vivo in noi e negli altri, con umanità e incondizionatamente. (per approfondimenti Carl Ransom Rogers)

Le abitudini e il pensare, appresi attraverso la cultura, la famiglia e la società, devono non avere caratteristica d’impulsività reattiva ma ponderare i contesti, mettendosi nei “panni altrui”, così come anche i luoghi di cura e di apprendimento devoono saper costruire relazioni oltre conflitti, ponti oltre muri, incontri oltre contese.

Il mio invito è a coltivare alfabeti della non violenza, per donare strumenti di sostegno e crescita forti e pragmatici, che muovano e commuovano coscienze.

Articolo Roberta Recchia

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