Dialoghi d’Arte. A scuola di poesia con Marina Agostinacchio

“Mi piace ripercorrere il cammino attraversato nella parola poetica con i detenuti della scuola del carcere penale Due Palazzi di Padova (anni 2014, 2015, 2017), citando il verso conclusivo della cantica dell’Inferno. <<E quindi uscimmo a riveder le stelle>> annuncia il ritorno a uno  spazio familiare, come ogni volta in cui, percorsi col mio corpo deambulante i corridoi stretti tra cancelli aperti di fronte e chiusi alle spalle, mi riconoscevo di più in una dimensione di meraviglia di fronte alla bellezza e al mistero del cielo, uno spazio in cui si sta bene.”

Si apre con queste parole l’importante lavoro compiuto dalla professoressa Marina Agostinacchio. Un viaggio nella scrittura poetica attraverso le emozioni e il vissuto di persone in carcere, un desiderio di fratellanza e di condivisione, per accogliere e ascoltarsi reciprocamente.

“Con gli anni ho maturato un duplice desiderio: portare a conoscenza dei ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado la poesia, soprattutto quella italiana; entrare in contatto con il mondo degli adulti che vivono situazioni di disagio per i quali la scrittura mi sembra veicolo per una possibile esperienza di autonarrazione liberatoria e identitaria.”

Nasce così Bal El Gherib (La porta del vento), una raccolta di poesie e di pensieri che invitano a riflettere sul potere della scrittura, capace di aprire una porta sulle emozioni e lasciando che le proprie idee, le esperienze di vita, gli errori e il desiderio di ricominciare, prendano il volo verso le stelle.

Ogni poesia si apre con un incipit che scaturisce dalle parole dei partecipanti al laboratorio. Marina Agostinacchio elabora i suoi pensieri e li trasforma in versi, immaginando un colloquio tra lei e i suoi alunni, in una corrispondenza di sensazioni che, altrimenti, non avrebbero voce.

a M.

Ascolta il battito del cuore

Perdersi è la dannazione qui dentro.

L’anestesia è il frammento inesistente

mentre scortica, divora. Prende lento.

Una lotta ad armi pari quella che

di me faccio ogni giorno. Vinco e cado.

Ascolto il sogno. Il battito del cuore.

“Nei racconti in versi o in prosa dei detenuti, spesso il pensiero va al mare; il mare fonte di speranza e di tragedia. Si avverte il legame di molti di loro con l’avventuroso viaggio – Ulisse ha lasciato tracce di sé – con la metamorfosi, che fa divenire altro da sé o anche solo che fa recuperare se stessi in un tempo anteriore alla detenzione.”

Le poesie di Marina sono brevi componimenti ricchi di sensibilità e di conoscenza dell’animo umano. Versi che affondano le radici nelle emozioni più profonde. Paura, desiderio, fatica, speranza. Luce, abbraccio, viaggio. Temi che rimandano a vissuti spesso dolorosi, difficili, e che cercano una via d’uscita, una terra promessa che, non di rado, diventa terra di ingiustizia e di morte.

a G.

Improvviso sollevo lo sguardo l’alba di una vita nuova

Cammino ed è un pellegrinaggio d’anime.

Un tallone, un altro. Siamo formiche, esche

per il mare. L’inganno delle luci

non è inganno. Vedere l’alba; le unghie

scorticano gli strati spessi al buio.

Rinascita su un fondale amniotico.

Un impegno sociale rilevante, quello di Marina Agostinacchio. Riuscire a dar voce a sentimenti e pensieri di persone che vivono una particolare condizione della propria esistenza, non è facile. Aprire una breccia nei loro animi contusi, pieni di rabbia, di dolore e, spesso, di rassegnazione, è impresa ardua. La poesia diviene, così, strumento potente di verità e di attenzione verso se stessi, in un dialogo sommesso che attraversa sogni e speranze. La poesia è conoscenza, è dire quello che non si può e non si riesce a comunicare, è isola alla quale approdare per riprendere fiato e ricominciare il viaggio.

“Non conosco le loro storie a meno che non vogliano raccontare, non so niente delle loro esistenze nel dettaglio. La trama sottile della vita che si agita in ognuno di loro mi aiuta a guardarmi dentro, a non sentirmi migliore o peggiore, a pensare agli inciampi che gratuitamente ti porge l’esistenza senza che lo richiediamo. Alla fine di ogni laboratorio abbraccio o stringo la mano forte a ognuno di loro, so che non li rivedrò e questo mi lascia una certa malinconia, nonostante sia facile per me, uscita dalla casa penale, riprendere il viale verso la macchina, girare le chiavi, rituffarmi nella mia vita, o semplicemente dirmi, lasciandomi alle spalle i cancelli che si aprono e si chiudono: <<E quindi uscimmo a riveder le stelle>>.”

Federica Sanguigni

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