Dialoghi d’Arte: Luoghi del non tempo

con Laura Colagrossi . Opere di Marina Cogotti

Oltre le distanze e le differenze l’arte educa alla visione di archetipi universali, alla comprensione di sé e dell’altro. Traduce idee e vissuti in forme, sfumando emozioni come lettere vive del sentire. L’arte è ricerca d’ identità, sperimentazione di  equilibrio, è innata sapienza del corpo, principio di piacere, espressione e comunicazione. Spontaneità espressiva e sensorialità ricettiva si fanno portavoce del vissuto di ogni uomo. Si comunica perché si esiste e non si apprende se non partendo dalla propria corporeità. E’ impossibile non comunicare e i vari linguaggi verbali e non, sono nati e si sono sviluppati in funzione di questa esigenza, propria ad ogni essere umano.

L’aver cura è premuroso desiderio di percepirsi vivi, è attenzione alla vera e crescente emergenza dell’incapacità d’interpretare disagi emotivi e momenti di alienazione. La svolta può risiedere nell’apertura e disponibilità ai valori alla vita, con positivo interesse, uso e pratica di mezzi e strumenti che si rivelano efficaci, portavoci di una compartecipazione verso un cambiamento che non abbia spazio esclusivo per diagnosi, rassegnazioni o caduta di aspettative. Occorre far emergere il diritto alla differenza, nella coscienza di una vita che è tessuto scolpito nelle componenti profonde, nella libertà e autenticità di ri-uscire in accomodamento continuo, nonostante tutto.                                                              

“Molte volte mi è capitato di leggere articoli sulle potenzialità dell’arte e della musica in ambito terapeutico, che con i bambini come con gli anziani, dovrebbe essere conoscenza comune. Eppure, nella mia esperienza professionale in RSA, non vengono utilizzate per alleggerire “anime solitarie parcheggiate in queste strutture”  e se fatto, avviene in maniera occasionale e casuale. Iniziando la professione di MusicArTerapeuta nella Globalità dei Linguaggi, è stato stupefacente scoprire le infinite possibilità psicofisiche di “piccoli” donne e uomini. Nel proporre attività artistiche, giochi di ruolo, canzoni delle loro epoche, ho percepito per alcuni, il restare impigliati nella propria rete contenitiva, con una grande mancanza di amore e con difesa verso chi vorrebbe sciogliere quei nodi dolorosi. Altri, invece, è come se non attendessero che mettersi finalmente in gioco. Siamo divenuti Homo Sapiens attraverso l’Homo Ludens e la vita è un percorso, un polmone che si apre e chiude infinite volte fino a rallentare il proprio movimento, tornando piccoli, come gli anziani che si divertono a giocare. E’ affascinante osservare, ascoltare, come nello stimolare i sensi, si possa riavvolgere il nastro di una vita intera. Piano piano i ricordi riaffiorano, la musica suscita emozioni e a volte anche lacrime.” Laura Colagrossi

L’amore verso il prossimo dovrebbe generarsi dall’innato desiderio dell’aver cura. Piccoli passi e valente impegno insegnano che anche le fragilità accrescono. Se si è convinti, da un lato, che liberarsi dalle sofferenze sia forma d’amore e pratica concreta di dignità, dall’altro fili sottili avvolgono in una ragnatela invisibile l’essere umano, vittima di un gioco forza per il quale diviene un problema da risolvere e ammalarsi uno stigma da cancellare. Etica e salute, rischi evitati e scompensi creati, metamorfosi di normalità in una patologia dei disagi. Cos’è poi la normalità di un’esistenza? Forse una gabbia che ricerca ausili allontanando a volte responsabilità,  deviando l’individuo dal ritrovare resilienza e strategie. 

“La malattia di Alzheimer è devastante, ma grazie al Corpo memoria, una donna massaia che abitualmente impastava le sue fettuccine, trovandosi della lana sciolta sul tavolo, la toccherà e la muoverà come fili di pasta all’uomo. Me lo ricordo ancora. Sono le memorie ontofilogenetiche impresse dal DNA alla pelle involucro dell’intero corpo. Come nella scuola, anche nell’ambito della terza età, esiste molta approssimazione e superficialità. Curare non è semplicemente eliminare i sintomi ma aiutare le persone a trovare motivazioni di vita che portino al di là dei sintomi, nel contatto, nell’ascolto, nel fare. Molto spesso tutto questo non c’è e si vive aspettando che il tempo passi, che arrivino le 12 per mangiare, poi le 18 per mangiare ancora, in silenzio o negli isterismi dei più malati. Quanta tristezza ho provato a volte perché non bastano due ore a settimana per alleviare la solitudine di una mamma lontana dai suoi cari. Ma se noi figli fossimo nati disabili, i nostri genitori ci avrebbero portati in una casa famiglia? E allora perché la malattia di una donna o di un uomo in età avanzata deve rappresentare la fine dell’essere Umano? E’ Vita fino all’ultimo respiro.” Laura Colagrossi

Articolo di Roberta Recchia

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