SOStegno: riflessioni a quattro mani

Non si può non comunicare e le parole, il silenzio, le attività hanno valore di messaggio influenzando gli altri. (P. Watzlawick)

Chi sono i docenti di sostegno e quale ruolo sentono di ricoprire? Viaggiano tra banchi di insicurezze e fragilità, nell’oscillare tra pendoli di attenzione, mettendo a nudo l’animo a ogni rintocco. Docenti su uno, ma effettivi su tutti, nell’educare levigando pietre apparentemente difficili da scalfire, aprendo porte socchiuse, riducendo distanze, valorizzando chi “non è portato”, chi “non ce la fa”, chi “non sembra essere abbastanza”. Si è sostegno dal saper essere al sapere al fare, sarti parsimoniosi che cuciono abiti su misura.

Non può essere convinzione diffusa che difficoltà siano sinonimo di limitazione o debolezza e rendano arduo il costruire ponti, il promuovere incontri in sfere cognitive, relazionali ed emotive. Agire solo sul piano disciplinare non è da tempo sufficiente. Credere nella reciprocità pone enfasi sul mutuo rispetto, sul delineare sacre alleanze invisibili, instaurando coreografie di pensiero perché mutino mesti e inuditi monologhi, in alfabeti sensibili e pagine emozionanti di una scuola di vita.

Inclusione, integrazione, MusicArTerapia sono legate dalla trama di un filo che in realtà si assottiglia troppo spesso, col rischio di recidersi o spezzarsi. Essere sul sostegno comporta l’aggravante del sembrare di dipendere dall’insegnante di turno della classe, con stili differenti che difficilmente trovano spazi di un’integrazione efficace, con progetti che non debbono essere ritagli di conversazioni, frammenti tra didattica e programmi: non sempre c’è spazio per i linguaggi del corpo. Per la valorizzazione di tutti e di ciascuno, a volte accade che, per quanto si possa reinventarsi nei diversi contesti, non si riesca negli obiettivi prefissati, mantenendo forte l’imbastitura di quel famoso filo.  (E.Cervelli)

Le aule non sono parcheggi di scolarizzazione, con patti di corresponsabilità firmati con cecità, ruote di disagi, paure e convinzioni. Una scuola muove e commuove interiormente, promuove grammatiche di sane forme di comunicazione, misura geografie di eque distanze, educa alla comprensione, scuote animi e filosofie della reversibilità. Nella speciale diversità, insegnare non è una scorciatoia ad un posto sicuro (D.Ianes). La ricerca di identità professionali, il girovagare tra grovigli di stati d’animo, di conti che non tornano, avvallano la convinzione che le differenze non vadano solo riconosciute, ma interpretate e comprese correttamente. L’educazione scolastica è una conquista sociale, che esamina criticamente le proprie convinzioni e atteggiamenti in tema di inclusione.

La didattica inclusiva è qualità per mediare e trasmettere i saperi. La cultura è una cassetta degli attrezzi di tecniche e procedure per capire e gestire il proprio mondo. (J.Bruner)

Se dal “mens sana in corpore sano”, ci concentriamo, in modo non bilanciato, esclusivamente sulla “mens”, dimentichiamo un corpo che parla e racconta di noi, dei desideri e sogni, di quel leitmotiv comunicativo tra confini interni ed esterni. (E.Cervelli)

Obiettivo oggi è il riconoscimento sociale e culturale, la flessibilità del sapere pedagogico, la progettazione e realizzazione di interventi e strategie che considerino la specificità di ciascuno. Non si può parlare di un “altro generalizzato”, in una condizione di dipendenza, partendo da anomalie col rischio di mancanze da compensare tramite lo sviluppo di “abilità diverse”.

La didattica è una “terra di mezzo” di mediazione ove risiede empatia competente e non prepotente (A.Canevaro). E’ utopico pensare che esistano mezzi d’azione unici e strategie valide per tutti gli studenti. Il sostegno non ha prospettiva dualistica, e l’inclusione deve mirare a una dimensione competente e non di specialismo escludente.

Articolo di Roberta Recchia

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