Giovani voci nel mondo del Covid

Conoscere i giovani oggi, nell’inconscio di chi parla sempre più frequentemente un alfabeto con qualche lettera mancante, in un dizionario nichilistico di disagi e malesseri ricorrenti. Più che per mutamento di crescita, i giovani sembrano non riconoscere contesti sociali e culturali in cui vivono. Il futuro non è promessa fatta di orizzonti innovativi, ma atei di motivazioni, contraltare di uno sguardo presente sulle tecnologie, su giochi passivi, su una didattica vacillante di aperture e chiusure continue, di un esserci e poi non esserci, ancora più distanti.

Chiudere è chiudersi alla svalutazione dei valori sociali e personali. Ci si confronta con convinzioni diffuse e radicate che condizionano emotivamente, evoluzioni di bisogni, paure e silenti speranze, senso di smarrimento, scarsa autostima, come sassi lanciati in acque che irradiano reti indecifrabili e di quasi impossibile lettura. Occorre rammentare che il corpo è forma di intime relazioni, anche se prigioniero in caricature di false identità e mutevole tra leggi sociali e culturali che dimenticano, invece, che dovrebbe essere custode di arcane sapienze e viaggi interiori, nel rievocare codici di vita, memorie e tradizioni.

I giovani si aggirano nel vasto mercato della globalizzazione tra labirinti di scopi illusori, soffocanti compassioni e precarie fragilità. Non riconoscono valori e principi, mancano di scopi, nel non riuscire a guardare l’infinita bellezza sotto cumuli di mancati sensi. Rose di domande nel ricercare il perché dell’impegno se non trovano poi grandi risultati, il perché alla vita stessa, se solitamente giocano alle vite perdute e riacquistate tra schermi e tasti, e non ne acquisiscono il corretto valore, il perché delle responsabilità, nonostante famiglie e istituzioni educative, fatichino a guidarli tra i loro mutamenti repentini e continui.

Dov’è che resta l’intelligenza emotiva che guida il mondo? Dove l’empatia, l’autoconsapevolezza e l’aver cura? Si lavora per sostenere figli senza chiedersi come sarebbe più consono accudirli. Sono sempre più colmi di identità fragili, di frustrazioni, di ambienti che non li corrispondono e il vivere di casualità governa i loro passi, dissetandosi in bicchieri sempre mezzi vuoti, tracciando creatività che non riescono a divenire molla di resilienze e desideri, ma solo di bisogni effimeri. Stenta a farsi strada nelle loro teste l’utilità della cultura, come dell’affettività, di un tempo che è “apposta per loro”, impastato di condivisioni, di intese profonde, perché combattano la superficialità corrente. Si agisce “tanto per”, si muovono corpi e anime come baratti, in un mondo di cui non ci si fida poi molto e dal quale non ci si sente accolti.

Possono parlare i giovani con chi non sa ascoltarli fino in fondo? Non si può comprare il tempo perduto, come giochi che piovono dal cielo su una terra arida. Genitori impotenti di figli incompresi. Si devono ricostruire dinamiche con cui si agisce, riformulare contesti, nelle famiglie come nelle scuole. I giovani desiderano affidarsi e al contempo essere autonomi, ma indossano abiti troppo stretti di regole significativamente non acquisite e comprese, modelli di vita economica, sociale e culturale che divengono impraticabili.

Se cambia il mondo, non dovremmo forse cambiare anche noi? E’ spesso nelle dissonanze che possono generarsi inattese melodie, anche se celate tra strati di difese e conflitti irrisolti.

Roberta Recchia

Foto di Gianni Leone

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