Libera da tutto

“Le donne il cui destino è di essere madri (il più bello, il più giusto destino, sia pur nel dolore) danno al mondo creature che loro rassomigliano, e nelle quali continuano a vivere. Quelle che rimangono sole e sterili, debbono pur liberarsi in un’opera che sia la diretta espressione – e continuazione – della loro forza, della loro sensibilità. Credete che l’anima sia solo dell’essere umano? Credete che qualche molecola o irradiazione dell’anima non possa vivere in una trina, in una maiolica, in un legno scolpito, in un ricamo?”

Quante donne, nonostante i molti traguardi raggiunti, la carriera nel lavoro, l’indipendenza economica unita a quella di viaggiare, di fare esperienze in tutti i campi, si sentono “donne a metà” perché prive di un partner o perché non hanno generato un figlio? E quanto spesso è la società, maschilista e ignorante, a farle sentire tali? A quante di noi è stato detto “senza un uomo o un figlio non sei nessuno?”

Essere donna non è l’identificazione nel ruolo di moglie o di madre. Essere donna significa essere una persona completa, che non ha bisogno di un uomo o di un figlio per sentirsi tale. Nasciamo intere, non siamo la metà di alcuna mela, né il ventre nel quale, necessariamente, debba formarsi una nuova vita. Siamo la terra feconda di noi stesse, cielo e mare, giorno e notte. Tutto può compiersi dentro e fuori di noi, anche se affrontiamo la vita a piedi nudi e con le mani screpolate dal gelo delle notti trascorse a guardare le stelle in cerca di risposte.

Molte donne non hanno un partner al proprio fianco. Molte non hanno figli. Succede per scelta o per destino. Eppure, queste donne sono meravigliosamente libere e felici perché sanno scegliere o accettare quello che il vento della vita deposita sui loro capelli. Tante sorelle sono stremate da anni di tentativi per avere un bambino perché sentono il desiderio fortissimo di mettere al mondo una parte di sé, quella parte, forse la migliore, che le renderà eterne. E solo guardando negli occhi la propria creatura, si sentiranno complete e realizzate. Altre sorelle accettano un compagno che non le merita, che non le ama, pur di sentirsi “intere”. Finché tutte, o quasi, riescono a guardare oltre. A capire che nessun uomo e nessun figlio potrà mai dar loro ciò che hanno già: se stesse. E (ri)fioriscono di vita propria, profumando e colorando lo spazio come fiori in un campo libero, perché la bellezza pura non appartiene che alla flora selvatica. Riescono a trovare la propria essenza dentro di sé, riversando al mondo gioia e bellezza, partorendo altri figli e stringendosi ad altre braccia. La loro passione è il lavoro, un hobby che diventa proiezione di sé, a volte il volontariato che arricchisce mente e cuore. Sono donne che, spesso, hanno trovato quel coraggio e quella forza dopo l’ennesima delusione d’amore.

Cercai, avidamente, negli occhi di Clara Walser l’ombra dell’uomo che era passato, senza dubbio, nella sua vita. Passato, per devastare. Ma il buon terreno s’era ricomposto, e del sole e della pioggia ancora aveva gioito, per dare nuovi fiori e frutti.

Arriva un momento, nella vita di noi donne, in cui ci rendiamo conto che bastiamo a noi stesse e che non dobbiamo essere completate da nessuno. Succede, sovente, dopo tanto dolore, tanta amarezza, in seguito all’ennesima delusione che, nel corso di una sola notte, colora i nostri capelli di un veleno argentato. E ci schianta al suolo. Ma da quella terra, bagnate dalla pioggia e asciugate dal sole, riusciamo a rinascere, a rifiorire, nell’eterno ciclo “vita morte vita”.

Conviene molto amare, molto errare, molto piangere, renderci a poco a poco superiori al dolore egoistico, purificarci da ogni scoria, uccidere in noi il tormento del desiderio. Rinascere, insomma. Si può.

(I passi in corsivo sono tratti dal racconto “Clara Walser” di Ada Negri, contenuto nella raccolta “Le solitarie”.)

Federica Sanguigni

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