Dialoghi d’Arte. Marinella Pompeo: la diversità come dono prezioso per l’arte.

La sacralità del corpo è integrità dell’essere, libertà da quella mortificazione e indifferenza sovente generatrici di emarginazione e disumanizzazione. Quanto resta della sacralità quando il corpo è deformato nella sua armonia da patologie e malattie? Cosa può spingere l’essere a rievocare codici di vita, soddisfazione di bisogni emotivi, ricostruzione di intimi alfabeti?

Marinella Pompeo, pittrice figurativa, nella convinzione che siano l’informazione e la condivisione a creare ambienti di autentica accettazione e integrazione umana, nella profondità delle sue riflessioni personali, si fa portavoce di un’autobiografia interna ove l’arte tutta assume veste terapeutica fondamentale per la comprensione delle diversità.

L’epilessia ha condizionato la mia personalità, ripiegando quel malessere infantile, all’epoca ancora sconosciuto, nella ricerca dell’estetica che caratterizza l’espressività pittorica.

Da bambina ero una sognatrice, segnata quotidianamente da momenti di vuoto, stati alterati di coscienza, crisi di assenza, visioni oniriche, che non riconoscevo come sintomi di un processo che poi, con gli anni, si è rivelato nell’arte àncora di salvezza, zona di comfort, rifugio personale.

L’arte riveste le nudità dai giudizi e pregiudizi ed evidenzia la dicotomia tra curare e aver cura. Ci si guarda attorno, si misurano i passi della propria storia, in un mondo nel quale si cercano medicine per quasi tutti i mali. Il corpo di ogni individuo è firma del proprio caos interiore.

Le terapie sperimentali avevano effetti collaterali: sonnolenza, nausea, stanchezza, difficoltà di concentrazione e del linguaggio. Solo col tempo e con la consapevolezza ho riconosciuto nella diversità una ricchezza. Ad oggi porto nelle mie opere la solitudine, la malinconia, l’introspezione, il pathos e la rinascita.

Era molto complesso gestire le crisi, le diverse reazioni psicofisiologiche, soprattutto nei contesti sociali, senza che si palesassero anche la derisione, la vergogna, l’angoscia, l’essere additata addirittura come folle. Stati emotivi o d’animo negativi iniziarono a confluire creativamente nella pittura.

Occorre riportare l’accento sui diritti, sulle disabilità, sulla dignità sociale, emotiva e umana di ogni persona. Si corre il rischio di diventare “volutamente diversi”. Occorre prendere consapevolezza dell’identità, della traumaticità della medicalizzazione. Ogni malattia è un linguaggio metaforico da leggere, possibile punto di partenza, chiave per decodificare codici di accesso alle verità profonde che risiedono in ciascun essere.

I dipinti di quel periodo rimangono quelli ai quali sono maggiormente legata: toni forti, scuri, colori stratificati e traboccanti di dolore.

La pittura è un viaggio a ritroso, un approdo, ristoro di un’anima travagliata in una vita assennata, deposta su un lenzuolo tra le pieghe della fede.

Roberta Recchia

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