Diverso da te perché diverso sono

Si può raccontare la geometria di un corpo partendo dalle sue mancanze?

A volte mi chiedo cosa si possa provare a vivere una vita “diversa”. Una vita fatta di barriere, architettoniche e umane, una vita di ostacoli che rendono le azioni quotidiane, anche quelle più semplici, di enorme difficoltà. E provo a immaginare il tormento interiore del sentirsi diversa/o. Gli sguardi compassionevoli delle persone, le bocche che sbuffano, a volte, perché un disabile sta intralciando la loro giornata perfetta e già tutta programmata, gli occhi che si chiedono se quell’essere umano, così diverso da loro, provi ancora dei sentimenti. O addirittura dei desideri, carnali e mentali.

La mia carne pulsa ancora

sotto strati di dolore

innaffiato da lacrime

che ho smesso di consolare.

Mi sovviene un episodio della mia infanzia. Avevo sei anni. Frequentavo la prima elementare e stavo imparando a scrivere. Il giorno dell’Epifania caddi, in casa, e mi fratturai il braccio destro. Corsa in ospedale e relativa ingessatura dell’arto tra strilla acute, le mie, e preoccupazioni materne, quelle di mia madre, ovviamente. Mi ritrovai, all’improvviso, con quel coso appeso a una spalla, limitata nei movimenti e costretta a scrivere, per una quarantina di giorni, con la mano sinistra. Mi adattai, come sempre accade in queste circostanze, ma non fu piacevole. E quando mi tolsero il gesso, per giorni e giorni ebbi la sensazione che quel braccio fosse rimasto un po’ storto. Ancora oggi me lo guardo e qualcosa non mi convince.

Eppure, fu una semplice caduta, un sopportabile periodo di disagio, una convalescenza tranquilla. Dopotutto, il mio braccio era, ed è, ancora al suo posto.

Sono intera. Completa.

E se fosse andata male? Se quel banale incidente domestico avesse compromesso la mia vita, in seguito? Se avessi perso un braccio, o il suo uso? Se fossi diventata una disabile, una diversa, come mi avrebbero guardata i compagni di scuola? E la gente per strada, quanta pietà di me avrebbe avuto?

Non guardare di me

quello che non vedi.

I miei confini spaziano

oltre il perimetro mozzato

tracciando nuove terre.

In fondo, forse, si tratta solo di imparare a guardare con occhi nuovi, senza (pre)giudizio, senza lasciarsi confondere dal turbinio informe di curve e rettilinei, diventando viandanti per quelle strade.

In fondo, forse, si tratta solo di avere il coraggio di spegnere la paura. E di smorzare la vergogna.

©Federica Sanguigni

(I versi della poesia sono tratti da “Da me a te. Andata e ritorno. Storie di normale diversità”)

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